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L'identità del prete in un mondo secolarazziato

L'identità del prete in un mondo secolarazziato - Parrocchia Santa Caterina
di don Rosario Sultana*

Dopo il concilio Vaticano II molti si sono posti una domanda se nella Chiesa effettivamente servono ancora i preti. Hans Küng nel 1971 scrisse il libro Wozu Priester? Eine Hilfe (“Preti perché? Un aiuto”).
La risposta si potrebbe riassumere nel ruolo di guida che il prete ha nella comunità, che a sua volta si articola sotto forma di molteplici “funzioni”. Un errore di interpretazione potremmo dire all’interno di un sistema di coordinate utilitaristiche e di funzionalizzazione che corrisponde indiscutibilmente a una sensibilità moderna, anche la nostra. Naturalmente è innegabile che il prete abbia un suo posto nella Chiesa in virtù delle sue mansioni giustificato e spiegato sociologicamente e quindi le sue funzioni sono sempre anche intercambiabili.

Di conseguenza fu solo logico che alcune diocesi procedettero alla sostituzione del sacerdote come guida della comunità. Un uomo o una donna non ordinati si assumono la responsabilità per una parrocchia, prendendo eventualmente a servizio un sacerdote ordinato per le mansioni presbiterali. Una simile prassi non è speculazione, essa si consuma per esempio, con il consenso dei vescovi locali, in alcune diocesi svizzere e italiane; anche in Germania almeno una diocesi opera in questo modo. Nei suoi statuti addirittura accorda al consiglio parrocchiale la compartecipazione nella guida della comunità.
Quindi si potrebbe parlare non di pastori d’anime, ma di preti consulenti aziendali professionisti, figure determinanti per il servizio di salvezza. E quel che è peggio: è messa in ombra l’identità dei sacerdoti. Giacché le funzioni risultano intercambiabili, si va oscurando la vera natura del presbiterato.
Quale potrebbe essere una soluzione al problema. Non dobbiamo porre questioni incentrate sulle mansioni, quanto quella sulle origini. E la trasparenza del ministero per Dio e la sua grazia è purtroppo dimenticata. Si tratta dunque di portare nuovamente nelle coscienze il “perché” dei ministeri ordinati.
Procedendo in questo modo, tenere presente il riferimento ontologico del sacerdote a Cristo si rivelerà quale segno distintivo preminente. Inoltre, nella stessa liturgia di consacrazione possiamo riconoscere il significato che la Chiesa attribuisce all’ordinazione: essa è un sacramento attraverso il quale lo speciale dono dello Spirito Santo si rivela essere il criterio decisivo.

Sostanziale è tuttavia il fatto che il suo segno distintivo non deriva al presbitero dalla comunità. Il ministero sacerdotale ha carattere strettamente teocentrico. In esso continua a vivere l’Eterno Sommo Sacerdote come vero portatore di Salvezza, e soltanto una simile concezione saprà contrastare l’auto-secolarizzazione che si va diffondendo all’interno della Chiesa.

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18/11/2010 15:55 commenti (0)